Lettera a Cofferati e D'Alema
di Marina Minicuci

 

Cari Cofferati e D'Alema, solo poche righe per dirvi che il vostro civile scambio di idee di martedì a "Ballarò" ha riaperto le speranze di un proficuo dialogo per la ricostruzione di un centro sinistra all'altezza di un elettorato ormai (dopo quest'anno di lotte, forse, possiamo dirlo) più maturo della classe politica. Noi crediamo che questa sia la strada. Non quella di incoronazioni intempestive. Non quella di chiusure preconcette di una parte della classe politica verso i movimenti che animano la società civile e che sono nati e cresciuti nella contrapposizione al governo. Chi si contrappone all'opposizione non rappresenta che un'esigua parte del movimento e di questo entrambi dovreste essere consapevoli. E regolarvi di conseguenza. Noi apprezziamo Cofferati perché è stato l'unico in questo anno di battaglie della società civile ad essere sempre al nostro fianco senza ambiguità. Perché la sua inflessibilità a non derogare da certi principi è fondamentale in questo delicato momento di emergenza democratica. Noi siamo inquieti e critici con D'Alema (e quanti altri ancora) perché siamo esausti di inciuci, inciucetti, subalternità, ambiguità. Tuttavia siamo convinti che non sarà una mera vittoria elettorale del centro sinistra con conseguente passaggio del potere da una parte all'altra, a modificare radicalmente e definitivamente una cultura politica. E'infatti la cultura politica che va cambiata, fino a che questo non avverrà anche un buon leader verrà, presto o tardi, inghiottito da un sistema bacato fin nelle sue fondamenta (la caduta di Prodi docet). Inoltre, all'interno di questa opposizione, ci sono persone che hanno la nostra stima (a proposito, avrete visto l'ovazione a Rosy Bindi a Firenze!), un piccolo tessuto sano a cui dovremmo riconnettersi per rigenerare quello malato. Infine noi, che non abbiamo interessi, che non ci vogliamo candidare alle prossime elezioni, che spendiamo tempo e denaro in questa battaglia civile, non ci accontentiamo di effimere vittorie, vogliamo davvero ripensare all'Ulivo, a una politica diversa del centro sinistra. Vogliamo che i rappresentanti di tutta la società civile, insieme a Cofferati e ai rappresentanti di tutta l'opposizione a Berlusconi e il berlusconismo lavorino insieme, nel rispetto reciproco, ognuno con i propri obbiettivi personali in seconda linea e in prima linea il bene del paese. Vogliamo compiere insieme piccoli ma concreti passi, che forse non trascinano e scaldano gli animi come le utopie e i grandi ideali, ma che di solito portano assai più lontano. Vi faremo presto pervenire un primo invito da "la rete dei movimenti" per avviare tale dialogo e ci auguriamo davvero, in quell'occasione, di esserci tutti pur con le nostre inevitabili differenze.

 

 

 

Dopo Firenze
di Michele Cecere

Cari amici girotondini o meno,

sono stato a Roma per una riunione preparatoria in vista della costituzione dei comitati referendari per l'abolizione delle leggi "vergogna" sulla giustizia ( legittimo sospetto e falso in bilancio). Più o meno nelle stesse ore a Firenze s'incontravano persone di varie parti d'Italia per incoronare Sergio Cofferati a nuovo leader dei movimenti autorganizzati...Tra sabato e domenica, i giornali riportavano timori opposti .....Bertinotti accusava Cofferati di voler dividere i movimenti pur di far sopravvivere l'Ulivo...all'opposto, D'Alema disegnava un Cofferati il cui unico intento è distruggere l'Ulivo.

Non è mia intenzione sminuire in questo momento un evento come quello di Firenze...E' che mentre i diritti fondamentali della nostra democrazia, sanciti dalla costituzione, vengono così profondamente attaccati, mentre l'azione di un governo che somiglia sempre più al consiglio d'amministrazione di un'azienda continua incessantemente a distruggere il paese, sembra che la preoccupazione fondamentale sia quella di darsi un leader.

Anch'io sono tra quelli che sognano un duo Cofferati-Prodi, ma ho timore che, a furia di organizzare grandi eventi come quello di Firenze, il pur lodevole attivismo del "pre-politico" Moretti rischia di bruciare in anticipo le potenzialità sottese alla leadership dell'ex-segretario della CGIL. Credo che pensare quasi maniacalmente alla figura del leader rischia di spostare l'attenzione dai problemi del paese e, vorrei dire, del mondo. Il problema è che ci si libera da Berlusconi, ma bisogna liberarsi anche dal berlusconismo, i cui germi, anche se non ce ne rendiamo conto, sono anche nella nostra sinistra. Ricordo che nel settembre 1994, in pieno primo governo Berlusconi, alla festa nazionale dell'Unità veniva pubblicizzato dalle altoparlanti del parco il gadget della manifestazione: un meraviglioso orologio in argento o d'oro (per i ricchi compagni emiliani!!!). A pochi passi il cantautore Pietrangeli cantava le sue antiche e nuove canzoni di protesta...Più recentemente, ha destato scalpore la circostanza che il Presidente del maggior partito d'opposizione (D'Alema) pubblicasse un libro con la più grande casa editrice controllata da Berlusconi. E dal berlusconismo possiamo liberarci solo costruendo un'alternativa concreta, che significa un'idea effettiva di governo, senza cedere ad alcun compromesso. La sinistra deve avere il coraggio di credere alle proprie idee, la sinistra deve fare la sinistra, non scimmiottare la destra nella smaniosa continua ricerca di nuovi elettori "centristi"....così continuerebbe a perdere il consenso proprio a sinistra!

In questo momento è per me fondamentale costruire dei comitati referendari forti, in grado di raccogliere si tante firme, ma anche di valorizzare le tante energie messe insieme a Roma il 14 settembre. C'è tanta gente in giro pronta a mobilitarsi, bisogna darle la possibilità di diventare realmente protagonista. Questa gente, questi comitati, potranno essere la base per cambiare davvero il nostro paese, perchè un'Italia ALTRA è ancora possibile. I comitati saranno il vero banco di prova dei partiti: se i loro militanti saranno in grado di lavorare alla pari con i girotondini e con tutte quelle persone che stanno prendendo consapevolezza di cosa vuol dire "fare politica", allora avremo messo le basi per mettere le ali al duo Cofferati-Prodi....

E in questa ottica oggi mi va di proseguire il cammino nella mia realtà barese, con gli ulivisti convinti e coi compagni di Rifondazione, con i Dipietristi e pure con i centristi...e tutti quelli che non hanno ancora rinunciato a pensare e soprattutto a credere nei valori della libertà e della democrazia. Lavorare nel piccolo, a partire magari dalla propria famiglia, dagli amici, dalle persone che s'incontrano sul luogo di lavoro......come disse qualcuno...è camminando che si apre il cammino....

E VOI CHE PENSATE???

 

 

 

Il girotondo non lo fai da solo
di Nando dalla Chiesa

Facciamola subito la domanda. Era proprio questo lo sbocco sognato per la grande stagione dei movimenti del 2002? Di finire risucchiati nell'imbuto di un dibattito di partito, in una contrapposizione di leadership tra Massimo D'Alema e Sergio Cofferati? L'interrogativo, posto così, è fin troppo crudo. E certamente fa torto a una realtà dalle molte sfumature e motivazioni. Ma ha una sua giustificazione, che va esposta serenamente. La stagione dei movimenti prese avvio dalla consapevolezza che i rapporti di forza in parlamento non consentivano di fermare una maggioranza priva di freni morali nell'assalto allo stato di diritto e alla giustizia. Nelle aule parlamentari, così ragionammo sia dentro sia fuori dalle istituzioni, la battaglia era persa in partenza. Bisognava coinvolgere il paese, la società civile, gli elettori -compresi gli astensionisti o quelli che avevano votato dall'altra parte- per difendere alcuni fondamentali valori costituzionali. Ne nacque, in luoghi e forme diverse, un appello alla mobilitazione dei cittadini. Che trovò una risposta assolutamente impensata, dando vita progressivamente alle più imponenti manifestazioni degli ultimi anni e a modelli di partecipazione e tipologie di protagonisti in gran parte inediti (nella sintesi giornalistica: i girotondi). L'opposizione ne ricevette un impulso straordinario. E la sua accresciuta vitalità (specie in occasione della Cirami) diede a sua volta impulso a ulteriori mobilitazioni. Era la società italiana nel suo insieme l'interlocutrice; erano i cittadini, o meglio quei cittadini sensibili per biografia e formazione e senso della decenza ai valori umiliati dalla maggioranza e dal governo. Si notò giustamente che gli stessi confini dell'Ulivo andavano stretti a questi movimenti. I quali si preoccuparono infatti dall'inizio di esprimersi anche con le facce e le voci di personalità moderate, il che li aiutò senz'altro nel loro successo. Poi, in poche settimane, essi incrociarono la grandiosa protesta sindacale sull'articolo 18, che aveva in Sergio Cofferati l'indiscusso protagonista. Il 23 marzo del 2002, a ridosso dell'omicidio Biagi e della campagna diffamatoria di Berlusconi e dei suoi ministri verso la Cgil, tre milioni di persone, tra cui molti giovani, riconobbero nel leader sindacale e nella sua battaglia quasi una sintesi ideale delle proprie ragioni e aspirazioni. I movimenti mantennero comunque una loro autonomia, continuando a non entrare nelle vicende interne dei partiti, a cercarsi gli interlocutori tra gli esponenti più sensibili e combattivi delle istituzioni parlamentari, e soprattutto a svolgere la gran parte delle proprie attività al di fuori dei confini partitici. Respinsero la tentazione, emersa già dopo il Palavobis, di andare verso un unico soggetto organizzato, coordinato in forme più o meno morbide. E aprirono fronti di impegno sempre diversi, dall'informazione alla scuola, senza perdere le loro caratteristiche originarie. Dopo l'estate la nuova veste pubblica di Cofferati ha mutato il panorama e ha sollecitato le (legittime) aspirazioni di una porzione dei movimenti a trovare una propria più diretta rappresentanza politica. Sinché, dopo Firenze, lo scenario ha rapidamente subìto torsioni e semplificazioni: a opera della politica, dei giornali, della televisione, del senso comune. In pochi giorni i movimenti sono diventati "la rete di Cofferati", la rete di Cofferati è diventata la vera opposizione di sinistra e la vera opposizione di sinistra è diventato il correntone dei Ds. Fino a vedere l'altra sera in tivù (e certo ben oltre le intenzioni dell'"impiegato della Pirelli") la questione dei movimenti schiacciata nella diatriba fra D'Alema e Cofferati, nella polemica sulla scissione dei Ds o sulla leadership del partito. Non ci fosse stata da Vespa Daria Colombo, la realtà del 2002 -una realtà costruita con sforzi, impegno ed entusiasmo preziosissimi- sarebbe stata definitivamente deformata in altro agli occhi del comune telespettatore. Per questo diventa utile cercare di mettere alcuni punti fermi per l'odierna riflessione. Cofferati gode di alto prestigio dentro i movimenti, questo è indubbio. Così come è indubbio che molti, per il carisma e il credito conquistati sul campo, lo vorrebbero vedere ai vertici dell'Ulivo. E' poi altrettanto vero che coloro che hanno partecipato alle mobilitazioni del 2002 hanno, in buona parte e naturalmente, delle opinioni politiche; e che queste opinioni politiche sono in misura rilevante di sinistra e dunque si congiungono con un bisogno di più efficace rappresentanza politica dentro la stessa sinistra. Ma se la svolta (i girotondi milanesi, i professori di Firenze, i parlamentari di piazza Navona più Moretti…) nacque dal bisogno di coinvolgere il paese in una battaglia ritenuta di civiltà giuridica e politica, la pura ricerca di una più efficace rappresentanza politica a sinistra rischia di costituire, per i movimenti nel loro complesso, un passo indietro. Essa cioè -e sarebbe già un risultato importante- potrebbe galvanizzare e scaldare i cuori e offrire più "senso ideale" a una porzione del sistema politico. Ma lascerebbe fuori una domanda di partecipazione civile senza targa. Quella partecipazione che si era addirittura (e ripeto: giustamente) pensato che potesse e dovesse andare oltre i confini dell'Ulivo. Ricordiamo? L' etichettatura politica dei girotondi è stato il sogno di chi li ha sempre visti con fastidio o addirittura con odio. Di chi voleva accusarli da destra di estremismo o da sinistra di antiriformismo. Mentre noi replicavamo che c'era nel paese un bisogno di radicalità morale assolutamente trasversale che avrebbe dato nuova energia e spinta al'Italia civile; e che gli apparati (partitici, mediatici) non coglievano il fondamento solo e tutto costituzionale della protesta. E lo dicevamo non per costruire teorie di comodo, ma proprio perché avevamo concretamente sotto gli occhi le figure, le situazioni, le persone, che contribuivano a dar linfa alla mobilitazione e ad allargarla. E ora? Davvero, una semplificazione via l'altra, e forse anche un errore via l'altro, tutto può essere ridotto (absit iniuria verbis) alla questione della leadership diessina? Magari con l'inevitabile sondaggio interno e le interviste ai segretari di sezione dei "duellanti"? Prima che la forza oggettiva dei meccanismi politico-mediatici renda tutto più difficile, è bene che ognuno faccia la sua parte per bloccare questa deriva, per separare (in linea di metodo, si intende) la dialettica interna dei partiti, di chi vi agisce o vi vuole trovare rappresentanza subito, dalla dialettica cruciale tra noi e questa maggioranza. Di fronte ai nuovi assalti annunciati, alla mano punitiva che giunge sulla magistratura dalla schiena diritta, all'inchiesta sui giudici accoppiata alla nuova impunità per i potenti della politica, è più che mai tutta l'Italia civile che deve reagire. Partiti e movimenti e singoli cittadini. L'Ulivo e più dell'Ulivo. Con ogni attenzione a che, rispetto a prima, il saldo della partecipazione non sia in rosso. Perché questa, sotto il profilo strategico, sarebbe una sconfitta campale. Mentre le ragioni e le energie per andare ancora molto avanti ci sono, ci sono tutte.