A Sergio Cofferati, che aveva annunciato di voler partecipare all’assemblea dell’Ulivo e poi ha fatto marcia indietro, perché giudica inadeguato il coinvolgimento dei movimenti, il coordinatore della Margherita, Dario Franceschini, ha risposto più o meno così: se Cofferati pensa che i 750 rappresentanti dei movimenti non bastano a coinvolgere la “società civile”, si può concordare il modo per rendere la partecipazione la più convinta e ampia possibile. Se invece l’obbiettivo è non fare l’assemblea, allora si sappia che questo è l’ultimo treno per costruire l’Ulivo. Dopo sarà più difficile, perché si susseguiranno tre elezioni col sistema proporzionale (amministrative, europee, regionali) che spingeranno i singoli partiti dell’Ulivo a cercare visibilità. Il prossimo treno passerebbe quindi solo dopo il 2005, appena un anno prima delle elezioni politiche. Non sarà troppo tardi, allora, per costruire la coalizione e farla stimare dagli italiani?
Alla domanda politica, debbono rispondere i politici, per primo Cofferati. A noi, che siamo parte della “società civile”, è però lecito e forse doveroso dire la nostra proprio dal versante di quella società. E la diciamo con amicizia e stima per Cofferati, nel quale, lui lo sa bene, abbiamo visto una grande risorsa per il nuovo Ulivo. Ne abbiamo apprezzato la fermezza e la convinzione con cui ha trasformato questioni relativamente modeste, come l’articolo 18, in grandi battaglie di civiltà, cogliendone il significato etico, incomprensibile invece alla destra, tutta oligarchia e anarchia degli affari. Abbiamo apprezzato più di recente anche la sua saggezza nel parlare ai pacifisti perché non sciupino il valore altissimo della loro testimonianza con l’illegalità dei gesti dannunziani, come l’occupazione dei binari, sgraditi proprio a quella “società civile” che i dannunziani pensano sia fatta a loro immagine e somiglianza.
Ora però è il tempo di ripeterci le cose che ci siamo detti in piazza, nelle tante occasioni. Ci siamo detti che, come non siamo contro la globalizzazione, ma contro il globalismo che ne è l’ideologia reazionaria, così non siamo contro i nostri partiti del centrosinistra, ma contro il loro iniziale smarrimento dopo una sconfitta da essi stessi ampiamente preparata. Il grido di Nanni Moretti a piazza Navona servì a scuoterli dallo smarrimento, anche se alcuni dei presenti, sbagliando, immaginarono l’accantonamento dei partiti e una surrogazione della loro classe dirigente con nuovi improvvisati masanielli. Oggi non vorremmo che qualcuno di costoro spingesse autentici leader nella civetteria riassunta in un’altra staffilata del regista: «Mi si nota di più se vengo o se non vengo?»
Cofferati ha diritto di essere erede di una cultura berlingueriana della diversità e perfino di rivendicare un suo comunismo nell’epoca postcomunista. Ma ognuno di noi, chi a titolo personale,chi a nome di una tradizione di partito, chi in rappresentanza di moltitudini, porta nella coalizione una diversità. Il problema è di farle convivere. La gente sa che uniti si vince e divisi si perde, anzi si è perso, nelle elezioni del 2001, e spera di non perdere quelle del 2006. Cofferati ha dato orgoglio e speranza a persone amareggiate; le ha portate perfino a vittorie tattiche, come la ritirata ingloriosa della destra sull’articolo 18. Ora non tolga ai suoi seguaci la possibilità di una vittoria strategica, proprio nel momento in cui cresce nel popolo di destra la consapevolezza di un fallimento senza precedenti in questo nostro paese, che invece ha visto le vere culture politiche sfidare i decenni, il liberalismo, il popolarismo, il socialismo, la democrazia cristiana e il comunismo italiano. Alla destra fallimentare, che ha sostituito alla Costituzione il libro paga, l’Ulivo è l’unica alternativa concreta possibile. O forse si spera dalle parti del “correntone” in un regalo della destra, diciamo un ritorno alla proporzionale che consenta alle varie diversità di imbellettarsi, mettersi in vetrina e aspirare, come il nonno, al proprio 5 o 10 per cento? E c’è qualcuno che pensa di ritrovare, con una simile conversione a U, i milioni di italiani brava gente che abbiamo incontrato a San Giovanni, al Circo Massimo, a Firenze e ai quali abbiamo detto di non perderci di vista?

Federico
Orlando