All’Accademia della Crusca, a Firenze, dal 6 all’8 febbraio, si e’ tenuto il convegno internazionale “Lingua italiana e scienze”. Per la prima volta e’ stato affrontato il problema del predominio dell’inglese sull’italiano e sono state formulate proposte relative alla valorizzazione, e alla difesa, della nostra lingua.

Ciascuno dei temi discussi, per vastita’ e interesse, meriterebbe un articolo di approfondimento, ma per il momento ci limiteremo ad accennare al problema degli anglicismi. In tutte le epoche, le societa’ che detengono il potere dell’economia di mercato impongono anche in maniera naturale le loro norme, lingua inclusa. E quindi il problema non e’ solo di questa epoca e non e’ solo italiano. Tuttavia, nel nostro paese si pone con maggiore urgenza che in altri per due ragioni fondamentalmente. La prima e’ che  mentre altri paesi stanno adottando dei dispositivi di arricchimento della lingua, in Italia non vi e’ alcuna politica linguistica. Fatta eccezione, naturalamente,  per la proposta di oltre 50 senatori della  CDL che hanno presentato al Senato l’istituizione di un consiglio superiore della lingua italiana, la cui presidenza dovrebbe essere affidata a Silvio Berlusconi. Non stiamo scherzando, purtroppo. La seconda ragione e’ siamo forse il paese che traduce meno e quindi il flusso continuo di anglicismi nella nostra lingua  e’ a senso unico e non si trasforma in arricchimento, in evoluzione della lingua, ma subisce passivamente l’idioma dominante, con inquietanti risultati visibili anche dal progressivo assottigliarsi della parte italiana dei dizionari bilingue. I “prestiti” da altre lingue possono arricchire, quando consentono un’evoluzione dell’idioma, e impoverire, quando invece spazzano via tutta una serie di sinonimi, in altre parole, quando non sono “necessari” e si usano per puro esibizionismo. Si rileva una vera e propria decadenza delle strutture sintattiche, causa della sciatteria linguistica imposta dai mezzi di comunicazione di massa. E, cosa assai preoccupante, e’ lo sfuggire, non tanto le forme delle parole , quanto dei loro significati che si traducono in perdite culturali e cognitive. In questo fosco panorama, dove si denuncia e rileva una perdita di efficienza del linguaggio, parlare dell’eleganza sembrava una questione squisitamente snobistica.