LEONARDO
Se è vera la regola che “i geni sono splendidamente monotoni” come -se non ricordo male- diceva Pavese, Leonardo ne fu la plateale eccezione. Genio polifacetico e irripetibile del Rinascimento è, in opinione diffusa, il personaggio più completo della storia dell’umanità. Leonardo aveva interessi a 360 gradi e di certo non si può dire che fosse monotono. Era forse un po’ lento poiche’ perfezionista. Aveva forse un po’ la testa fra le nuvole perche’ tutto lo incuriosiva e capitava che, mentre lavorava a un dipinto o a un progetto, si distraesse inventanto ogni sorta di artefatto.
Tutti lo conosciamo per le sue impareggiabili doti di pittore e scultore; come scienziato, precursore del metodo matematico nel quale si basa la scienza moderna “nessuna invenzione umana può considerarsi vera conoscenza se non passa attraverso la dimostrazione matematica” disse. Galileo e Newton avrebbero poi sviluppato questa concezione della scienza che tuttavia Leonardo formulò per primo. Studiò l’anatomia umana e comprese il funzionamento del cuore e della circolazione sanguigna prima di Harvey e Servet. Si rese conto, due secoli prima che nascesse la geologia come scienza, che nella Terra si producevano grandi cambiamenti geologici. Studiò il volo degli uccelli che gli ispirarono i disegni di vari macchinari, fra cui l’elicottero. Inventò il paracadute e altri suoi progetti furono anticipatori dell’automobile, del sottomarino e dell’aereo. Con le sue invenzioni, Leonardo anticipò la sua epoca, a volte di vari secoli. La tecnologia, a quei tempi, non permetteva la fabbricazione degli audaci e avanzatissimi disegni leonardeschi, che furono perciò dimenticati e riscoperti in tempi più recenti. Dovunque mettesse le mani, e la testa, Leonardo produceva capolavori. Forse, a ben vedere, fu anche precursore della nouvelle cuisine e però questa fu una passione destinata alla sordina storica forse anche perche’ più che gioie gli dette non pochi grattacapi. Le sue invenzioni di gourmet vanno dal panino imbottito alla forchetta, da un artefatto per stendere e tagliare la pasta col quale confezionò i primi spaghetti al macinino per il pepe, il trita aglio e prezzemolo, lo schiaccianoci, lo sbattitore... Ma soprattutto si dilettò e sbizzarì nell’arte culinaria fin da ragazzo.
Quando Leonardo apparve alla bottega del Verrocchio a Firenze, era appena diciasettenne. Era una bottega, nel senso letterale della parola, dove vi era un po’di tutto. Una parte dedicata al restauro, una alla scultura, un laboratorio da orefice e i grandi tavoli da disegno, i bozzetti, le tele... Un grande spazio aperto dove chiunque poteva entrare e intrattenersi parlando d’arte, di affari e rifocillandosi di frutta, pagnotte, focacce, affettati e vino che il Verrocchio aveva cura di disporre su alcuni trespoli in bella vista per gli ospiti.
In quei suoi primi anni fiorentini che lo videro alunno di pittura e scultura dal Verrocchio, Leonardo si manteneva agli studi facendo il cameriere nella taverna fiorentina de “Le tre lumache”. Là avvenne un fatto inquietante e destinato a rimanere misterioso: furono avvelenati, in sequenza, alcuni cuochi della taverna. A seguito di tale oscura circostanza, Leonardo passò dal servizio ai tavoli a quello ai fornelli. Nominato chef diede inizio ad una sventurata carriera che, a differenza delle altre intraprese, non potendosi questa “gustare” dopo qualche secolo, nessuno può dire se sia stata anch’essa genialmente precorritrice dei tempi o l’autentico disastro che traspare dalle scarse memorie relative alle sue arti culinarie. Sappiamo che, ca sans dire, lo chef Leonardo non si limitò a riproporre le abituali ricette della casa, ma inventò la “nuova cucina” del Rinascimento che dava grande importanza alla presentazione dei piatti, alla sua composizione e all’armonia dei colori. Ma, vuoi perche’ al di là dalla cerchia delle avanguardie illuminate nella quale era solito operare, le anticipazioni quasi mai sono viste di buon occhio; vuoi perche’ i suoi stravaganti esperimenti, anticipatori della nouvelle cuisine, gratificavano l’occhio ma non altrettanto il palato, l’insuccesso delle sue stravaganti ricette fu talmente clamoroso da consigliare un suo momentaneo allontanamento da Firenze. Qualsiasi comune mortale avrebbe desistito dal perseguire l’unica cosa nella quale aveva fallito. Invece, o forse proprio per questo, Leonardo non si dette per vinto. Ci riprovò al suo ritorno a Firenze, aprendo un chiosco con un socio, altro genio pittorico e forse improbabile cuoco come lui, tal Botticelli. Il chiosco di “Sandro e Leonardo” fu un altro sonoro fiasco, vuoi per la stravaganza delle ricette “pittoriche”, vuoi perche’ - riconobbe Botticelli “nessuno capisce un menù scritto da destra a sinistra”. Certo è che Leonardo i tempi li precorse in tutto. Era anche vegetariano per rispetto alla vita animale e, si ricorda, che una volta udendo gli strilli di un maiale durante la mattanza, disse: “Di tutti gli animali, l’uomo è senza dubbio il più crudele”.
Ma l’avventura o, per meglio dire, sventura, del Leonardo gourmet doveva proseguire con la sua nomina a “maestro di festeggiamenti e di banchetti” di Ludovico Sforza, governatore di Milano. Di quell’epoca risaltano specialmente due fallimenti cortigiani anch’essi legati al cibo. Il primo fu nel corso dei festeggiamenti di un matrimonio in cui i topi si mangiarono la metà del banchetto. Il secondo incidente avvenne per un guasto in uno delle sue invenzioni meccaniche che provocò vari morti e il panico fra gli astanti. In quest’ultimo frangente Ludovico il Moro avrebbe sicuramente potuto mandarlo al patibolo ma fu invece indulgente e decise di canalizzare la passione per la cucina di Leonardo in qualcosa di attinente ma che sembrava essergli molto più congeniale. Fu così che lo inviò in un vicino convento, dove necessitavano di un pittore per un murale da refettorio.
L’ultima cena è dunque l’avventuroso risultato di un confino nonche’ della straordinaria pazienza del priore del convento che tuttavia non mancava di lagnarsi con Ludovico il Moro. Perche’ il tempo passa e Leonardo non accenna ad iniziare la sua opera. Nei primi mesi si limita ad contemplare per ore le pareti che deve illuminare. L’anno successivo chiede un lungo tavolo e giornalmente colloca i suoi alunni in varie posizioni senza risolversi a deciderne una per ritrarli. Forse memore (e abituato) dalla magnanimità del Verrocchio nel dispensare libagioni, Leonardo sollecita continuamente grandi varietà di cibi e vini dalla dispensa monacale. Il priore è sull’orlo di una crisi di nervi e dice allo Sforza “la sua presenza e quella del suo gruppo rischia di ridurci alla miseria”. “Leonardo mostra solo interesse per il contenuto del tavolo”, conferma il vescovo Gurk. Fosse vero o no, pare certo che Leonardo dedicò moltissimo tempo a decidere il menù di quel giovedì santo. E, forse, memore del poco consenso delle sue stravaganti invenzioni di cucina creativa, risolse per una frugale colazione: pane, frutta, qualche fetta di anguilla, vino. Superba semplicità che rinforza ancora di più la grandezza dell’eccezionale dipinto di cui forse le stravaganti ricette furono parte propedeutica.